Un ponte sull’eternità

Una notizia che è stata uno schiaffo: è crollato un ponte dell’autostrada.

Me l’avevano suggerito poco tempo fa che quel viadotto non era sicuro.

Ero trasalita: «E’ impossibile! Sarebbe un disastro… Con tutte le auto che ci passano, DEVE essere sicuro!»

Ieri ho capito subito. Eppure dentro di me esplodevano dei: «Non è quello, non è quello! Quello no!»

Quello sì.

Ponte Morandi. Il ponte sul Polcevera.

 

Per me, nata nel 1969, era sempre stato là.

Simbolo di modernità, di benessere, di vittoria sul paesaggio. E tutt’uno con quel paesaggio, grigio, industriale, caserecciamente moderno. Ma familiare.

Come un parente vicino, un po’ si amava, un po’ si tollerava.

La città, sotto, si trasformava ai suoi piedi. Lui no. Almeno non in apparenza.

Mi pareva, quella struttura smilza, da modernariato anni Sessanta, indistruttibile.

E, soprattutto, la VOLEVO – tutti la volevamo – indistruttibile. Avevamo bisogno del ponte, avevamo maledettamente bisogno che restasse su…

Come un parente vicino, era diventato appassito e stanco, malato, ma non lo vedevamo.

 

Un ponte unisce, non divide. E porta con sé un’istanza di apertura, di libertà.

Io ci passavo per andare in montagna da bimba con la mia famiglia sulla Opel Kadett 1200. Erano gli anni Settanta.

Il vento che entrava dai finestrini abbassati e Genova che scorreva sotto.

Ora che la città è ferita, spezzata in due, mi risuona triste nel cuore l’eco del mangiadischi che gracchiava:

«Fermate il mondo, stasera voglio scendere…».

 

Per molti – come per me – era un ponte all’inizio di un viaggio. Per alcuni è stato un ponte sull’eternità.

In tanti non ci vogliamo credere.

E intanto un pezzo di paesaggio è oggi un triste pezzo di nulla.

 

 

 

 

 

Storia e problemi del ponte Morandi