“43 fotografie” di Michele Guyot-Bourg

C’era una volta un uomo speciale. Quest’uomo era un fotografo e guardava il mondo in modo speciale. Un giorno, per strada, sentì un forte rumore sul capo, come di un tuono. Alzò lo sguardo al cielo e vide che era sereno. Seguì un altro tuono, e poi un altro, e un altro ancora. L’uomo intese che quella tempesta aveva un qualcosa di metallico e innaturale. Alzò ancora lo sguardo e notò il viadotto dell’autostrada sopra di lui. Erano gli anni Ottanta, l’uomo si chiamava Michele Guyot-Bourg e aveva scoperto la vita sotto un ponte.

 

Guardare un viadotto da sotto, anziché da sopra, significa in qualche modo ribaltare il mondo. Un cavalcavia, fatto per passarci sopra, lo si concepisce per il suo scopo. In altre parole, per ciò che ci è utile. Viverci accanto è un altro pianeta, pieno di risvolti e significati.

 

Come un etnologo che porta alla luce usanze remote, Guyot-Bourg iniziò la sua indagine, compiendo un percorso vigile e scrupoloso sotto ai viadotti genovesi. La durata del viaggio incluse qualcosa di ormai scomparso: il rispetto dei tempi altrui. C’erano il modo e il momento giusto per incontrare il “popolo di sotto”, l’impegno costante per stemperarne la diffidenza, lo studio per comprenderne i ritmi quotidiani, afferrarne pensieri e stati d’animo all’ombra dei grandi giganti senz’anima.

 

Un’istantanea poteva richiedere giorni, ma andava fatta, costituendo una tessera di un inedito importante mosaico. La macchina fotografica, nelle sue mani, era un magico strumento grazie al quale il silente mondo di sotto, invisibile ai più, prendeva consistenza e rilievo, si animava e restava impresso sulla pellicola.

 

La mostra di queste fotografie, dal titolo “Vivere sotto una cupa minaccia”, ha fatto negli anni il giro di tutta l’Italia, tranne che – non inspiegabilmente – a Genova. Animato dal desiderio di restituirle invece proprio ai genovesi sconvolti dalla tragedia del 14 agosto, Michele Guyot-Bourg, uomo davvero speciale, ha ripreso in mano la sua opera per aiutare, devolvendo il ricavato in beneficenza, quel popolo di sotto che, a suo tempo, si affidò ai suoi scatti.

 

Il libro, intitolato 43 fotografie e pubblicato dall’editore genovese Galata, ha attualizzato e conferito un nuovo significato al reportage. La «cupa minaccia», travolgendo in questa circostanza il “popolo di sopra”, si ripropone drammaticamente come denominatore comune, in un’alternanza continua tra immagini del passato e dediche per ognuna delle 43 vittime del crollo, e quindi tra vita e morte, passato e presente, sopra e sotto.

 

E quand’anche, nello sgomento per l’accaduto, all’uomo che scoprì la vita sotto un ponte venisse lecitamente da chiedersi se il denunciare non serve a niente, è doveroso ricordare che essere speciali serve sempre.